San Martino in Campo

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La genesi del borgo di San Martino in Campo appare strettamente legata alla presenza di un presunto ponte sul Tevere nei pressi di Deruta che costituiva una deviazione dell’antica via Amerina creando sin dall’epoca romana le condizioni favorevoli agli insediamenti umani. D’altra parte però inizialmente la zona in esame come tutta la pianura circostante era acquitrinosa e malarica, soggetta per di più al rischio delle piene del fiume. Di fondamentale importanza per la nascita dei centri abitati lungo la media valle del Tevere fu dunque la bonifica benedettina attuata dai monaci dell’abbazia di San Pietro di Perugia a partire dal X secolo. Sarà solo nel 1163 quando  l’imperatore Enrico IV accolse sotto la sua protezione il vescovo Giovanni e la Chiesa perugina, che troveremo contenuta in un documento per la prima volta la notizia dell’esistenza della pieve di San Martino in Campo.  La piccola pievania a quell’epoca apparteneva già alla Cattedrale di San Lorenzo e come testimonia il titolo di pieve era provvista del fonte battesimale, aveva una piccola proprietà terriera e aveva il diritto di esigere le decime. 

Lo sviluppo del paese durante il Medioevo fu quindi essenzialmente legato da un lato alla riconquista di terre coltivabili e dall’altro al ruolo di centro amministrativo che la pieve svolgeva all’interno di una porzione del territorio diocesano. 

Momento cruciale dello sviluppo della storia del borgo fu a partire dal 1380 la costruzione del castello. A partire da quell’anno infatti i Priori di Perugia ordinarono il censimento di tutti i castelli e ville del contado divisi sotto le cinque porte e sotto Porta S. Pietro si trova “castrum Sancti Martini in Campo”. 

Il castello resta ancora oggi il nucleo più antico dell’abitato e se ne intuisce ancora la struttura fortificata anticamente dotata di torri e bastioni, accanto alla quale si trova la chiesa parrocchiale ricostruita totalmente a partire dal 1815 dal perugino Giovanni Cerrini. 

Allo stato odierno delle conoscenze è praticamente impossibile indicare con relativa precisione l’epoca della fondazione della chiesa parrocchiale e si può procedere solamente per ipotesi. L’unica possibilità che potrebbe offrire indicazioni più precise sarebbe quella di un indagine da condurre sul posto, alla ricerca di reperti archeologici in grado di colmare il vuoto documentario. L’ipotesi più plausibile è quella che in seguito alla fondazione della pieve di San Martino in Colle venne edificata una cappella in pianura sorta accanto ad un centro di produzione agricolo, al fine di garantire ai lavoratori i servizi religiosi. Questa cappella, che mutuerà il titolo da quello della propria chiesa madre di San Martino in Colle, darà poi a sua volta il nome all’abitato che attorno ad essa stava prendendo forma. L’edificazione di questa cappella può dunque essere collocata tra la fine dell’VIII e gli inizi del X secolo, anche se ovviamente a ciò sarebbe di importante supporto un’adeguata indagine archeologica. 

I documenti d’archivio che ci testimoniano la presenza della chiesa parrocchiale ove tuttora si trova, sono quelli riguardanti la costruzione del castello di San Martino in Campo nel 1382, volto a difendere la comunità e il luogo sacro durante le frequenti guerre e scorribande di predoni.  

Tali dati ci spingono a ritenere che la pieve di San Martino in Campo a quella data fosse quindi già da lungo tempo in tale luogo, rendendo così poco credibile la radicata tradizione locale che riconosce invece nella chiesa della Madonnuccia la primitiva pieve del paese.

Tale documento comunque oltre che testimoniarci che la chiesa si trovava lungo le mura perimetrali del castello, ne attesta l’appartenenza nel secolo XIV alla mensa dell’arcipretura del Capitolo della cattedrale di Perugia e il fatto che era retta da cappellani che ricoprivano a tempo determinato l’incarico di pievano.

Un altro documento importantissimo reca la data 24 agosto 1450. In tale data l’arciprete del Capitolo della cattedrale perugina Raniero della Corgna incaricò per un anno il sacerdote Antonio di Matteo di Panicale di reggere la pieve di San Martino in Campo e a tale atto risulta allegato il più antico inventario noto dei beni mobili esistenti nella sagrestia e nell’abitazione del pievano di San Martino in Campo .

Da tale inventario è inoltre possibile trarre qualche indicazione utile alla descrizione dell’interno della chiesa: probabilmente vi erano due altari, uno dedicato a San Martino di Tours che doveva trattarsi dell’altare maggiore, ed uno definito capelle Valentini Luce verosimilmente collocato appunto in una cappella, grazie ad un lascito di questo personaggio (forse un sanmartinese), che fu l’origine plausibile della costruzione dell’intera cappella, che presumibilmente doveva trovarsi sul lato sinistro della chiesa.

 La cappella di Valentino di Luca potrebbe quindi corrispondere a quella che in seguito tra Cinque e Seicento, avrebbe originato l’oratorio della Compagnia della Morte. Scarse sono comunque le notizie riguardo l’aspetto della chiesa quattrocentesca, ma è comunque possibile almeno in parte ricostruire la presenza nell’abside di un ciclo pittorico realizzato presumibilmente attorno agli anni Venti del Quattrocento, che rimase visibile fino agli inizi del XVI secolo, quando Pietro Vannucci venne incaricato della sua sostituzione. Di esso non conosciamo né il soggetto generale, né la committenza; solo la sopravvivenza della porzione relativa alla Madonna della Scala ne permette la conoscenza e rende possibile una datazione approssimativa. 

L’affresco raffigurante la Madonna col Bambino detto popolarmente “la Madonna della Scala” oggi posto sull’altare maggiore della chiesa parrocchiale di San Martino in Campo e veneratissimo tuttora dalla popolazione, venne rinvenuto il 10 gennaio del 1701 durante dei lavori di ristrutturazione compiuti in chiesa che richiesero l’abbattimento di una scala che conduceva all’abitazione parrocchiale, da qui il nome con il quale è oggi noto. 

Tale inaspettato ritrovamento fu all’origine di un vasto movimento di devozione popolare, che richiamò folle di pellegrini anche dai paesi circostanti. 

La più antica conferma di questa tradizione, la si incontra nel verbale della visita pastorale compiuta dal vescovo di Perugia Filippo Amadei nel 1764, il quale riferisce che la sacra immagine era conservata in una cappella appositamente eretta per lei e ricostruendone la storia dichiarò che vi era stata trasferita “ex obscuro loco prope scalam que e domo parrocchiali ducit ad ecclesiam”. Assieme ad un buon numero di altre opere, l’affresco in questione viene attribuito ad un pittore umbro tardo-gotico denominato “Maestro del 1421” dalla data di alcuni dipinti conservati nella chiesa di San Michele Arcangelo in Perugia, a lui attribuiti.

Un altro importante evento giunse però meno di cento anni dopo a modificare l’aspetto della piccola chiesa.

 Il 3 dicembre 1513 difatti, il notaio Ercolano di Francesco redasse, l’atto con cui Pietro Vannucci detto il Perugino si impegnava a realizzare entro tre mesi un affresco nell’abside della chiesa di San Martino in Campo. I committenti, Antonio, Mariotto e Vincenzo di Lippo di Valentino, Valentino di Pietro e Paolo Ugolino, tutti di San Martino in Campo in qualità di benefattori si impegnavano a sborsare in cambio la somma di trenta fiorini.

Le figure che si richiedeva venissero dipinte erano quella della Madonna col Bambino con ai lati sei santi:  San Sebastiano, Sant’Antonio, San Giacomo, San Silvestro, San Martino e san Rocco. 

Stipulato il contratto, il Perugino, di sua mano o tramite la propria bottega, portò a termine l’impresa e nel 1567 Donato Torri, vicario del vescovo Fulvio della Corgna, nella prima visita pastorale della diocesi, riguardo alla chiesa di San Martino in Campo riportò quanto segue: “Visitavit figuras altaris, nempe Virgini, sanctorum Silvestri, Antonii et aliorum sanctorum in muro pictas”. 

In seguito alla ricostruzione della chiesa avvenuta negli anni sessanta dell’Ottocento l’affresco venne staccato e trasportato sul tela. L’opera, esaminata da diversi studiosi che ne lamentarono il cattivo stato di conservazione era collocata dietro l’altare maggiore almeno fino al 1913, quando la vide lo storico dell’arte Umberto Gnoli, che però nel 1923 affermerò: “Attualmente non c’è più e se ne ignora la sorte”.

Tale testimonianza ci permette di delimitare con una certa precisione il lasso di tempo in cui l’affresco commissionato a Perugino scomparve dalla chiesa di San Martino in Campo cioè il decennio compreso tra il 1913 e il 1923. 

Se si fosse trattato di furto, si sarebbe di certo tramandata la memoria del fatto, mentre è più probabile l’ipotesi della vendita, forse favorita dalla scarsa comprensione, a livello locale, della rilevanza dell’opera. 

La chiesa parrocchiale fu poi interamente rifatta a partire dal 1815 e completata solo a fine secolo grazie alle sovvenzioni elargite a numerose chiese della diocesi perugina, per lavori di ricostruzione e riammodernamento, da parte di Papa Leone XIII. Attualmente dunque l’edificio si presenta nel suo stile eclettico voluto e pensato dall’architetto perugino Nazzareno Biscarini, con una facciata in laterizi preceduta da un arioso loggiato e ornata nella parte superiore da un piccolo rosone in omaggio alla tradizione romanica umbra. L’interno è luminoso e caratterizzato dalle decorazioni in stucco che riprendono motivi classici a ghirlande e grottesche e dalle volte decorate con il motivo del cielo stellato. Tutto l’edificio è insomma un connubio tra romanico gotico e rinascimento reinterpretato con libertà e ingenuità tipica dell’architettura umbra dell’800.

Due piccoli altari sono posti a metà navata uno con il Crocifisso e l’altro con la statua del santo patrono San Martino di Tours. L’altare maggiore è moderno e ospita entro elegante cornice di marmo l’immagine della Madonna della Scala. Dal lato sinistro della navata si accede alla Cappella della Compagnia della Buona Morte il cui altare è ornato da una copia di dipinto su tela del XVIII secolo raffigurante le anime del purgatorio.

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