San Martino in Colle

Inserito in Chiese. Visite: 566

Il sito geografico ove oggi sorge il paese di San Martino in Colle fu probabilmente abitato sin dal Neolitico, come dimostrano gli importanti studi di Umberto Calzoni tra più grandi pionieri dell’archeologia umbra del secolo scorso, coadiuvati da una tradizione popolare che indica la presenza di una tomba etrusca ai piedi della collina tra San Martino in Colle e Santa Maria Rossa, ora interrata.

La presenza etrusca è comunque confermata anche dal fatto che l’odierna Strada Marscianese della Collina ricalca sommariamente una via di comunicazione fondamentale tra le due importanti città etrusche di Perugia ed Orvieto mentre la valle del Tevere era in gran parte sommersa dalle acque dell’antico Lacus Tiberinum.

Numerosi sono stati i ritrovamenti di materiale etrusco e romano lungo tutto il suo percorso e la porta principale del castello di San Martino in Colle, ampiamente rimaneggiata nei secoli, reca ancora oggi sugli stipiti dei blocchi di travertino (probabile materiale di spoglio) di chiara epoca etrusca.

Con la caduta dell’impero romano queste terre furono probabilmente abbandonate ed è infatti  solo nella seconda metà del VII secolo che viene collocata la formazione delle primitive pievi rurali della collina, quando lentamente i centri abitati abbandonati durante la guerra greco-gotica vennero ricostruiti dando inizio al recupero agricolo e demografico delle campagne. E’ in tale momento probabilmente che San Martino in Colle, posto come Perugia sotto il dominio bizantino sino all’VIII secolo, per la sua importanza strategica, vide risorgere la sua struttura urbana, dove poi sarebbe sorto il castello medievale. La prima notizia storica a riguardo è del 1163, quando con suo diploma l’imperatore Federico I Barbarossa accolse sotto la sua protezione la chiesa vescovile e la canonica dei beati Lorenzo ed Ercolano di Perugia. Tra le pievi di proprietà di quest’ ultima, figurava la “plebem Sancti Martini in Colle”.

Pochi anni dopo nel 1189, papa Clemente III, confermò alla cattedrale di Perugia, il possesso dei suoi numerosi beni, separandoli da quelli del clero di San Lorenzo, tra i quali ritroviamo la “plebem Sancti Martini in Colle cum possessionibus suis”. L’espressione “cum possessionibus suis”, identifica la pieve, non solamente come sede di un fonte battesimale, ma anche come centro amministrativo all’interno della diocesi, dotata di una certa popolazione e di un patrimonio fondiario sul quale veniva pagato il canone alla cattedrale. 

Questi documenti rivestono una notevole importanza nel testimoniarci che la pieve di San Martino in Colle, fu probabilmente legata sin dalla nascita alla Cattedrale perugina, di cui fu proprietà importante e feconda visto anche il cospicuo canone versato alla Cattedrale prima e poi anche al Comune di Perugia.

E’ importante però cercare di comprendere anche perchè il paese venne intitolato a  San Martino Vescovo (e tale intitolazione venne poi successivamente mutuata anche dalla pieve di pianura).

La scelta del santo di Tours non fu certo casuale; la critica più recente infatti, lega il culto verso san Martino (come per sant’Ambrogio) al periodo longobardo (VI-VIII secolo), epoca in cui è collocabile la fondazione della pieve. Il santo vescovo fu difatti fiero nemico dell’arianesimo, eresia che due secoli dopo la sua morte era ancora praticata dai Longobardi; di conseguenza gli venivano consacrati spesso, proprio quei luoghi ove questi ultimi avevano celebrato i loro riti, quasi come  a “bonifica” spirituale”. 

La genesi del paese in questione, collocabile nel periodo in cui Perugia e le sue immediate vicinanze erano sotto i Bizantini avvenne poi in un luogo non lontano dai confini col longobardo ducato di Spoleto che si trovavano presso Todi, Casalina di Deruta e Ripabianca e questo può giustificare ulteriormente una scelta di devozione verso un santo che aveva combattuto l’eresia dei bellicosi vicini. 

Episodio di importanza fondamentale per la storia del paese fu sicuramente la costruzione del castello fatta risalire dal Pellini al 1310, anno in cui per ordine dei Magistrati di Perugia per difendersi dai Todini venne edificato col concorso delle comunità vicine.

Sempre dal Pellini sappiamo inoltre che il paese appena fortificato nel 1312 venne bruciato e saccheggiato dall’esercito imperiale di Arrigo VII ed in seguito subito riedificato. 

Le scorribande delle compagnie di ventura e degli eserciti mercenari giunti in Italia al servizio degli innumerevoli signori e signorotti, le frequenti epidemie di peste e le carestie rendevano la vita in queste campagne molto dura e in tale contesto si inserisce la presenza riportata dal Pellini dell’accampamento nel paese di Giovanni Acuto, capitano delle truppe inglesi, chiamato dall’Abate di Monmaggiore in sua difesa contro i Perugini agli inizi del XIV secolo. 

La popolazione della pieve era gravata inoltre da pesanti tasse e dai documenti in nostro possesso sappiamo che nel 1290 la quota da pagare risulta essere di un maiale del valore di sette lire per Natale e due mine di grano e quattro soldi lucchesi il giorno di san Lorenzo.

Il disordine e le lotte intestine che affliggevano Perugia nel corso del Trecento  furono di seguito all’origine dello sviluppo nelle campagne perugine dei comuni rurali, piccolissimi nuclei ad economia esclusivamente agricola in cui le leggi erano orali e venivano elette le persone ritenute le più adatte come rappresentanti davanti al Comune di Perugia, o coordinatori delle attività decise ed attuate per il bene di tutto il paese. 

Durante questa opera di riorganizzazione profonda delle campagne si assistette anche al fenomeno dell’accorpamento delle comunità più piccole a quelle più grandi e nel 1520, quando era governatore di Perugia il cardinale di Cortona Silvio Passerini, venne riformata la suddivisione territoriale dei vicariati e San Martino in Colle, San Martino in Campo, San Fortunato e San Martino Delfico vennero posti sotto un unico vicario.

 Con la conquista di Perugia da parte dello Stato Pontificio il piccolo centro di San Martino in Colle fu protagonista poi di uno degli eventi più tragici della Guerra del Sale. Il paese infatti, al passaggio di Pier Luigi Farnese generale dell’Esercito Pontificio e nipote del papa, volontariamente e senza resistenza aprì le sue porte e consegnò le sue chiavi al condottiero assoggettandosi così all’autorità papale. Ma nonostante ciò i soldati pontifici incendiarono e saccheggiarono comunque il castello compiendovi “le più barbare tirannie”. Papa Paolo III per risarcire i danni provocati dai soldati e ricompensare il paese della fedeltà verso la Santa Sede con un suo Breve del dì 28 marzo 1544 lo esentò per venti anni dalla metà di tutte le gabelle. 

L’odierna chiesa di San Martino in Colle sorge su un terreno di proprietà della parrocchia adibito sino all’Ottocento ad orto, che si collocava lungo l’antico tratto delle mura verso l’antica Strada delle Colline (l’attuale strada statale Marscianese) completamente smantellato.

Essa fu costruita in questo luogo per volere dell’arcivescovo di Perugia Gioacchino Pecci, futuro papa Leone XIII  il quale attuò una vasta opera di ricostruzione degli edifici sacri della diocesi causando allo stesso tempo la perdita di numerosissime testimonianze storiche e artistiche. L’edificio fu progettato da Giovanni Santini importante architetto perugino che la concepì rievocando in modo molto originale nelle linee strutturali della chiesa e nelle sue decorazioni, gli edifici classici come fece poi nella chiesa del Santuario della Madonna della Stella a Trevi di cui la chiesa di San Martino in Colle è considerata a ragione il prototipo. 

I lavori per preparare l’area per la realizzazione della nuova chiesa cominciarono il 03 febbraio 1859 e il 27 marzo successivo avvenne la posa della prima pietra. La costruzione richiese molto tempo e vennero utilizzate pietre delle antiche fortificazioni e dell’antica chiesa ma solamente il 09 maggio 1869 il Cardinale Pecci consacrò l’edificio, come racconta la lapide commemorativa posta oggi in controfacciata. 

I discutibili restauri realizzati nell’ultimo decennio hanno portato alla completa trasformazione dell’interno compromettendo la comprensione del valore storico dell’edificio. Completamente smantellato l’antico presbiterio e tolte tutte le antiche statue dei santi la chiesa oggi si presenta caratterizzata dalla luminosità e dall’eleganza delle decorazioni dei capitelli e delle cornici classicheggianti. Suddivisa in tre navate essa possiede in controfacciata due piccoli ambienti: quello a sinistra conserva l’immagine della Madonna del Buon Consiglio patrona del paese e veneratissima dalla popolazione. Risalente al XVIII secolo ma molto ridipinta, nell’antica chiesa questa immagine era posta sull’altare della cappella Giglioli al di sotto di una tela con l’Adorazione dei Pastori andata perduta. 

Nella parte destra della controfacciata è stata collocata oggi la statua di San Martino Vescovo del XVIII secolo, (l’unica rimasta in chiesa delle tante che vi si trovavano) al posto della grotta di Lourdes smantellata completamente. Nel primo altare della navata destra troviamo l’altare della Madonna Addolorata dove è posto un dipinto su tavola raffigurate la Pietà. Tale opera a lungo attribuita all’illustre pittore del Quattrocento perugino Bartolomeo Caporali, risulta essere invece un opera di Sebastiano Novelli, restauratore che dipinse l’opera nel 1873 per la famiglia Breccia. Nella stessa navata è oggi posto lo splendido crocefisso ligneo che la popolazione locale aveva fatto realizzare da un artista umbro per adornare l’altare maggiore. Il secondo altare della navata destra fu commissionato per volontà della famiglia Boccali che volle vi fosse esposto un dipinto del Sacro Cuore di Gesù. La tela opera di Mariano Piervittori, notevole maestro del Purismo, rappresenta la visione mistica avuta da Santa Maria Alacoque.

Nella navata sinistra troviamo l’altare di San Giuseppe con un dipinto di anonimo del XIX secolo rappresentante l’educazione di Gesù nella bottega paterna. L’altro altare di questa navata ospita la Madonna del Rosario pregevole opera ad olio su cuoio risalente al XVII secolo che ornava l’antico altare della Madonna del Rosario nella primitiva chiesa del paese. Precedentemente il suddetto altare ospitava un immagine votiva di San Giovanni Bosco donata dal parroco Don Dante Ceccarelli. Nel presbiterio infine in posizione decentrata è conservato infine il tabernacolo di legno intagliato e dorato, a foggia di tempio.

L’inventario di Don David Cappuccini degli anni Cinquanta del secolo scorso, lo colloca anche esso come reperto originario della fine del secolo XVI e ci testimonia che nel 1889 venne sottoposto a restauro. Tale data è poi visibile nel fregio della trabeazione dell’oggetto, che a mio parere divide la parte inferiore del manufatto originale anche se ridipinta, dalla parte superiore ripristinata con il restauro sopradetto. Nelle tre nicchie frontali possiamo vedere dipinti il Cristo che esce dal sepolcro, san Lorenzo e san Martino. Significativa è proprio la presenza del santo martire romano, titolare della cattedrale perugina e patrono del Capitolo dal quale dipendeva la pievania. In posizione sopraelevata è il prezioso organo realizzato dalla celebre famiglia Morettini vera e propria autorità tra gli organari del XIX secolo. Prima dell’ultimo restauro nella chiesa erano presenti inoltre le statue della Vergine del Rosario, di San Antonio Abate, Santa Rita, Sant’Antonio di Padova, San Vincenzo e due angeli custodi posti ai lati del tabernacolo. 

Fino dunque alla fine dell’Ottocento l’ubicazione della chiesa parrocchiale era un’altra, la quale probabilmente fu anche il sito originario ove sorse il primo luogo di culto.

Essa si trovava al centro del castello, sul punto più elevato della collina, come è possibile vedere dalla mappa del Catasto della Chiesa del 1728 e nel Catasto Gregoriano del 1850 circa.

La posizione strategica dell’antico edificio posto sotto la torre campanaria e a dominio del borgo e delle campagne circostanti, rende plausibile l’ipotesi che quello sia anche il luogo ove venne fondata la prima chiesa del paese ben difesa al centro del castello. 

Non si conoscono sue immagini fotografiche e gran parte degli oggetti liturgici in essa conservati andarono persi o distrutti o venduti durante il trasloco nella nuova chiesa e anche in epoche successive.

Sin dal 1163, grazie al diploma imperiale di Federico Barbarossa, sappiamo che la pieve di San Martino in Colle era di proprietà del clero di San Lorenzo e quindi probabilmente retta da un Canonico degli estrinseci della cattedrale, i quali ricoprivano pro tempore l’incarico di pievano nelle pievi di loro pertinenza.

Nel 1312 monsignor Francesco Alfani canonico della cattedrale perugina e rettore di San Martino in Colle, venne elevato a vescovo della città marchigiana di Jesi.

Questo elemento è importante come segno del prestigio della pievania e del legame forte che essa aveva con il Capitolo di San Lorenzo il qual l’aveva resa dunque appannaggio di canonici ragguardevoli e qualificati. Il fatto che la pieve era appetita da importanti cariche per i proventi che garantiva, può essere una spiegazione del fatto che in un antico Catasto dell’Archivio dell’abbazia benedettina di San Pietro in Perugia, risulta che a metà del XIV secolo la chiesa del paese apparteneva per metà alla cattedrale perugina e per metà al monastero di San Benedetto di Gualdo Tadino.

Al momento motivazioni precise riguardo questo legame con l’importante chiesa gualdese non emergono dagli scarni documenti che abbiamo.

Il Riccardi nelle sue Memorie ci informa poi, che nel 1483 la pieve in questione fu unita all’Arcipretato della cattedrale, mentre nel 1513 papa Leone X la smembrò da quest’ultima e la unì di nuovo al Capitolo della cattedrale, al quale sarebbe appartenuta sino all’unità d’Italia.

E’ con la visita del vicario del vescovo Fulvio Della Corgna, Donato Torri nel 1570 che abbiamo la possibilità di conoscere per la prima volta come si presentava l’interno dell’antica chiesa di San Martino in Colle e ciò che in esso si trovava.

Gran parte del testo della visita pastorale è dedicato alla ricognizione degli oggetti di uso liturgico (tabernacoli, paramenti, fonte battesimale, ecc.), centro della vita della pieve, che dovevano rispondere all’efficienza e al rinnovato rigore della Riforma Cattolica.

Uno splendido affresco ornava la parete al di sopra dell’altare maggiore: la Vergine con il Bambino e San Rocco, Santa Lucia(?) e San Sebastiano. L’opera dipinta da Giannicola di Paolo seguace del Perugino fu venduta al Capitolo della Cattedrale di Perugia nel 1873 per ottenere fondi per la nuova chiesa. Oggi è conservata presso il Museo Capitolare di San Lorenzo in Perugia. 

Da questa testimonianza possiamo poi desumere che oltre all’altare maggiore erano presenti ben quattro altari laterali: uno dedicato a Santa Lucia, uno a San Vincenzo, uno a Sant’Antonio Abate definito “capelle Martini Masei” costruito forse grazie ad un lascito di quest’ultimo.

Dell’ultimo altare non viene trasmessa la dedicazione, ma è definito come “altare societatis seu fraternitatis corpori Christi”. Le manifestazioni di devozione eucaristica stimolate e richieste dal Concilio di Trento furono infatti all’origine della diffusione capillare di Confraternite dedicate al Santissimo Sacramento, che sostituirono a volte antiche fraternitas poste sotto altra protezione.

E’ questo il caso di San Martino in Colle ove la Confraternita del Santissimo Sacramento venne istituita nel 1565 per opera di Don Biagio di Orfeo da Cantiano, cappellano del paese, in luogo dell’altra più antica posta sotto la protezione dei santi Filippo e Giacomo.

Il documento più importante che ci descrive con chiarezza l’aspetto dell’antica chiesa del paese è però l’Inventario della Pieve di San Martino in Colle del 1834, compilato dall’allora economo della parrocchia.

Esso infatti diversamente dalla visita del Torri è preciso nel descrivere l’aspetto estetico dell’edificio, facendo riferimento alle opere d’arte presenti, molte delle quali ormai perdute.

Tra quelle elencate, ve ne sono alcune che nell’Inventario del 1940 redatto dal parroco Don Davide Cappuccini vengono definite in pessimo stato e che dopo la guerra non saranno mai più trovate.

Entrambe erano pitture ad olio su tela, una raffigurava la Madonna col Bambino seduta su nubi,con ai fianchi san Martino vescovo e da san Francesco di Sales, mentre l’altra raffigurava l’Adorazione dei pastori.

La prima viene attribuita ad un artista umbro della prima metà del secolo XVII mentre la seconda ad un manierista della fine del secolo XVI. Tutte queste opere che oggi non abbiamo più rappresentano un perdita notevole assieme ai numerosi oggetti liturgici e reliquie conservati nella antica pieve che nel “trasloco” andarono persi o venduti e quanto oggi rimane nella chiesa odierna non è che un pallido ricordo di una storia secolare spazzata via in poco tempo.

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna